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Gli spazi e i tempi del consumo

Oggi, se noi due ci diamo un appuntamento, non ci incontreremo al Pantheon, ma, probabilmente, davanti ad un tempio del consumo. È il consumo che rinomina i luoghi della metropoli.[1]
Sin dall’antichità lo spazio organizzato della città è sempre stato espressione della concezione del tempo e del suo uso. L’esempio più evidente è rappresentato dalla città moderna, il cui tempo è scandito dai ritmi della fabbrica.

Oggi la situazione è più complessa a causa del moltiplicarsi dei punti di referenza nell’ambito della vita sociale, processo dovuto alla frammentazione dell’idea moderna di tempo e alla radicale mutazione delle esperienze temporali. La città è il luogo per eccellenza nel quale si sperimentano queste trasformazioni: le sincronie della moderna città industriale sono andate perse, il tempo di lavoro attorno al quale ruota la vita urbana si è frammentato e destandardizzato. Il ritmo collettivo lascia il passo ai ritmi individuali, differenziati, legati ai modelli di produzione e circolazione delle merci del “modello” postfordista.

Tutto ciò influisce in maniera determinante sulle modalità temporali di utilizzo dello spazio urbano. Alla frammentazione dell’uso del tempo corrisponde una micromodularizzazione funzionale dello spazio urbano: aree discontinue con differenti funzioni specializzate, nelle quali gli usi del tempo sono eterogenei, mobili, costantemente oscillanti tra compressione e dilatazione, rigidezza e flessibilità, velocità e lentezza. Ovviamente non tutto è flessibile, non tutti lavorano in maniera flessibile, non tutto è postfordista: spesso dietro a parole come “dinamico” e “flessibile” si nascondono –nemmeno troppo velatamente- processi di produzione fordisti (quando non tayloristi) e impieghi precari. È comunque innegabile che stiamo assistendo a un’eterogeneizzazione dei tempi di vita, e più in generale al prodursi di una nuova relazione spazio-tempo. A partire dall’ambito della produzione, nel quale cresce la quota del settore terziario, questi processi caratterizzano in maniera crescente la forma e le dinamiche della città.

Le attività commerciali, dei servizi e per il tempo libero occupano e definiscono spazi sempre più vasti e con connotazioni originali. Soprattutto le aree suburbane si organizzano attorno alle varie funzioni di consumo, articolate e specializzate, che diventano i nuovi fulcri dell’immaginario e della vita sociale. Assistiamo infatti a importanti trasformazioni nell’ambito dell’attività di shopping. Dal punto di vista architettonico si pensano e realizzano gli spazi del consumo non come semplici “contenitori” bensì come luoghi capaci di attrarre, promettere e soprattutto intrattenere. Questi spazi si si sono trasformati in luoghi di incontro, di spettacolo, di esperienza, che “catturano” una tipologia consumatori sempre più eterogenea. Il tempo dedicato a questa esperienza è sempre meno focalizzato sugli acquisti e si concentra in misura maggiore su altre dimensioni come la ricerca dell’identità sociale e culturale. Paradigma di questa realtà sono i grandi centri commerciali e soprattutto i  concept store, spazi ideati per attivare la sfera sensoriale ed emotiva del consumatore, alla costante ricerca di nuove esperienze, eccitanti, da ricordare e raccontare, nelle quali spesso si sperimentano e consumano atmosfere e emozioni piuttosto che i prodotti tangibili.

Questi spazi hanno una collocazione periferica rispetto alla città. Un consistente flusso di potenziali consumatori raggiunge così, da vari centri urbani, questi luoghi per passare alcune ore o addirittura un’intera giornata tra acquisti e altre attività. Dotati di strade e piazze dove passeggiare, tali spazi spesso si sostituiscono alla vita all’aperto e all’uso dello spazio pubblico cittadino.[2] Parallelamente, l’incapacità degli altri esercizi commerciali di competere con queste realtà determina spesso la crisi dei tradizionali spazi di consumo della città. Per esempio, nel caso dei cinema obbligati a cessare l’attività a causa della concorrenza delle grandi multisala di periferia, anche zone centriche le cui vie erano prima frequentate a qualsiasi ora, possono convertirsi in zone morte o quartieri fantasma. Alla chiusura delle sale cinematografiche seguirà la riduzione dell’orario di apertura (quando non la chiusura) di bar e ristoranti, ai quali non converrà più stare aperti la notte. La relazione città-commercio è chiara: senza commercio (e più in generale senza servizi) la città si degrada.

Si manifesta così un punto di conflitto con ripercussioni a carattere socio-economico, che evidenzia l’importanza dell’attività politico-amministrativa nell’ambito della pianificazione e dell’ordinamento territoriale. In Spagna, per esempio, il Piano Territoriale Settoriale delle Attività Commerciali della Catalogna[3] prevede la possibilità della collocazione di grandi stabilimenti commerciali solamente in trame urbane consolidate. L’obiettivo principale del Piano è infatti quello di pianificare e organizzare le superfici commerciali per soddisfare i bisogni dei consumatori operando secondo l’idea base di preservare la città compatta e socialmente coesa.

Un altro tema importante è quello relativo alla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali. La liberalizzazione contribuisce ad aumentare il livello di comodità dei consumatori, certo, però che effetto può avere sui lavoratori? Come garantire che non si verifichino episodi di sfruttamento e flessibilizzazione selvaggia? Sono almeno quattro i fattori da considerare per analizzare la questione degli orari degli esercizi commerciali: la tipologia di attività, la localizzazione, i bisogni dei consumatori e i diritti dei lavoratori. Sarebbe comunque preferibile un processo di educazione del consumatore, affinchè, a partire dalla flessibilità diffusa, la “scusa” del “lo desidero/ ne ho bisogno adesso” non diventi la regola e quindi pretesa di incontrare a qualsiasi ora qualcuno (il precario del supermercato o del call center, per esempio) pronto a soddisfare le nostre richieste.

 

di Riccardo Piras
ISSN: 2281-6720

Promozione e Indagini Sociali [online] n.02/2013

 


[1] M. Illardi, intervista, in Carta n. 46, http://www.ciardullidomenico.it/Scuola/ilardi_carta_consumo.htm.

[2] P. Nobel, Buoni centri commerciali, pessime città, http://www.eddyburg.it (Metropolis,  marzo 2007, titolo originale: Good Malls and Bad Cities).

[3] Pla Territorial Sectorial d'Equipaments Comercials 2006-2009: http://www.gencat.cat/diari/4740/06282065.htm.

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