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Pensare lo sviluppo locale a partire dalla diversità

Nell’attuale contesto globalizzato, il fenomeno non è sconosciuto a nessuna nazione. I confini diventano progressivamente più sfocati e si aprono possibilità al transito di persone alla ricerca di nuove opportunità e una migliore qualità della vita. In questo senso, l’Europa e le sue città si sono trasformate in fulcro dell’immigrazione per persone provenienti dai paesi latinoamericani come africani e dell’Europa dell’est.

La migrazione è ritenuta oggi uno dei più importanti temi mondiali, considerando che è sempre maggiore il numero di persone che si spostano da un luogo ad un altro. Esistono antecedenti e dati che giustificano l’importanza di trattare il fenomeno della migrazione. Si calcola per esempio che circa 214 milioni di persone vivano fuori dal loro paese d’origine (circa il 3,1% della popolazione mondiale); significa che una ogni 33 persone nel mondo è migrante, mentre nell’anno 2000 una su 35 lo era. Inoltre, il numero degli immigranti interazionali è aumentato negli ultimi dieci anni, passando da 150 milioni nel 2000 ai 214 milioni attuali  (IOM 2012).

Di fronte a questa realtà, attualmente si osserva un’ampia quantità di comunità territoriali composte da popolazione straniera che, alla ricerca di nuove opportunità, si è dovuta adattare a vivere in una cultura molte volte estranea. Ciò non è prodotto di motivazioni individuali, bensì di interazioni sociali a scala planetaria, dove ogni parte (ogni paese visto come un nodo) è interdipendente e collegata ad un’altra. Questo permette passare da un’osservazione locale o individuale a un’osservazione globale, elemento aggiunto delle società contemporanee.

Da questo punto di vista, all’analisi del fenomeno migratorio non si addice un’osservazione semplicistica. Al contrario, il fenomeno richiede un trattamento più complesso e dinamico, una volta assunto come elemento inerente a contesti sociali attuali, dove la diversità culturale è indiscutibile. In questo senso, nonostante la decisione di emigrare possa essere determinata da un calcolo razionale, da parte della popolazione o di soggetti migranti, di costi-benefici (equilibrio spaziale di fattori produttivi), allo stesso tempo si colloca in un contesto sociale, economico e politico determinato.

L’apertura dei mercati internazionali e la grande facilità con la quale circolano beni e capitali hanno creato e continuano a generare condizioni potenziali per una significativa circolazione delle persone, attratte da nuove opportunità (reali o effimere) di lavoro in differenti aree della regione. Allo stesso modo, una delle conseguenze del cambio tecnologico che ha generato una rivoluzione nella comunicazione globale è l’accessibilità a fasce significative della popolazione dell’informazione e della disinformazione sulle nuove opportunità. Ciò, relazionato con i noti contrasti tra paesi e/o regioni, dove esistono disuguaglianze evidenti che spingono al movimento da paesi denominati “in via di sviluppo” o “sottosviluppati” a paesi con maggiori standard in termini di qualità della vita.

Questa situazione è caratterizzata da alcune sfumature e può essere messa in dubbio dalle attuali circostanze, specialmente nell’Europa meridionale, che in alcuni casi sperimenta una specie di “processo migratorio inverso”.

 

Così, dinanzi alla penuria di opportunità, in particolare per ciò che riguarda giovani professionisti e immigranti, che attualmente vedono ridursi le possibilità di impiego, si osserva un ritorno o movimento da paesi “sviluppati” verso paesi etichettati come “del terzo mondo”. Aspetto questo che, sebbene esuli dagli obiettivi dell’articolo, potrebbe rappresentare un tema interessante da trattare in altra occasione.

In un modo o nell’altro, l’esperienza del migrare implica un progetto definito, un luogo di approdo favorevole e specifiche reti di appoggio. Molto spesso la migrazione non si sviluppa in circostanze favorevoli e non sempre il paese di destinazione è preparato per l’”accoglimento”. Così come non sempre esiste un progetto inclusivo da parte delle società e dei relativi governi relativamente ai nuovi integranti, e meno in scenari caratterizzati dalla crisi, dove i tagli di bilancio sempre colpiscono per primi quei “non cittadini”, quelli che non appartengono alla comunità nazionale, che non condividono un’identità comune, che non sono priorità.

Di fronte a questa situazione emerge la necessità di gestire gli spazi locali secondo un modello eterogeneo, che consideri e integri la diversità culturale ivi presente. Perciò, secondo la tesi che qui si sostiene, qualsiasi intervento o lavoro nell’ambito della dimensione locale, finalizzato allo sviluppo territoriale, dovrebbe puntare sulla gestione della diversità come asse trasversale e principio guida. In questo senso, ogni progetto sociale attraverso il quale ci si propone di progredire nella costruzione di una società basata sulla convivenza dovrebbe gestire positivamente l’eventuale conflittualità e applicare una gestione della diversità socioculturale a livello di comunità.

Ciò implica l’assunzione della definizione di modelli concettuali, obiettivi, metodologie e indicatori di risultato basati sui principi della coesione sociale e della gestione della diversità nel momento in cui si pianifica lo sviluppo integrale delle dimensioni locali. Occorre considerare lo sviluppo locale come un’esperienza di lavoro socioculturale il cui obiettivo sarà la mobilitazione della comunità per l’ottenimento di obiettivi comuni che integrino i diversi interessi esistenti, che preveda la partecipazione attiva a carattere orizzontale dei suoi integranti, con lo sguardo rivolto al miglioramento collettivo della qualità della vita.

È in questo contesto che la diversità culturale assume importanza nella sua concezione convenzionale “come il prodotto della presenza di minoranze etniche e/o culturali o dell’insediamento di nuove comunità migranti all’interno dei ‘classici’ Stati-nazione di matrice europea” (Dietz, 2007:28), e che attualmente si considera inerente a ogni gruppo sociale. A partire da qui, la tutela della diversità richiede fondamentalmente l’integrazione di questa presenza nella pratica della gestione quotidiana della diversità e nei processi di apprendimento delle comunità e del loro intorno.

Gestire in modo strategico la diversità non è facile: la cultura della società e delle organizzazioni è solita avere barriere molto alte come l’etnocentrismo, i pregiudizi socioculturali (come quello di genere, per esempio). I pregiudizi e gli stereotipi ostacolano l’incorporazione di pratiche che permettano di sfruttare al massimo i benefici che può apportare l’eterogeneità delle comunità. Occorre perciò chiedersi se si è intrapreso con successo, nei diversi lavori nell’ambito dello sviluppo locale e principalmente nei paesi in cui si registra un’alta presenza di immigranti –come Spagna e Italia–, verso un’integrazione soddisfacente nello spazio locale. Questo, alla luce del fatto che per gli immigranti generalmente è difficile integrarsi nella società di accoglienza partecipandovi attivamente.

Ciò favorisce lo svilupparsi di “ghetti”, a sottolineare l’esclusione, o un’inclusione molto debole, degli stranieri, dove esiste tolleranza ma non pluralismo nè integrazione. A volte dinanzi alla diversità si mantiene un modello monolitico di gestione, basato sul trattare tutte le persone come uguali, e nonostante si riconoscano le differenze tra immigranti e nativi è evidente che si cerca l’omogeneizzazione invece che la diversificazione e la sua promozione. Quest’ultima pertanto non è considerata un fattore di innovazione e creatività, e si deriva dunque in una pratica “assimilazionista” (con messaggio implicito “adattati o sei fuori”), nella quale ci si aspetta che lo straniero si adatti alla cultura dominante, alla cultura egemonica della comunità ricevente. La diversità non è dunque vista come un obiettivo, ma come un problema da superare.

Alla luce di quanto detto, nella ricerca del rafforzamento dell’identità culturale e della riduzione delle istanze di conflitto, al momento di applicare un programma o un intervento specifico di sviluppo locale devono realizzarsi almeno i seguenti passi:

-  Convocare le varie parti professionali e comunitarie.

- Dotare le organizzazioni sociali più rappresentative dei meccanismi di partecipazione per lo sviluppo.

- Rafforzare il valore della diversità culturale presente nelle comunità oggetto dell’intervento.

- Formare gruppi di leader comunitari che facilitino l’avvicinamento alla quotidianità delle comunità, ai relativi scenari, alle caratteristiche storiche, sociali, culturali e politiche.

-  Identificare potenzialità e abilità della diversità tra partecipanti e attori sociali rilevanti nell’ambito della comunità.

- Coinvolgere le differenti “culture” e sottoculture in quanto asse fondamentale del processo integrale di sviluppo.

- Generare gruppi di gestori culturali nei quartieri, al fine di favorire la comunità nella sua totalità, collegando tra loro tutti i settori presenti attraverso i mezzi di comunicazione e l’organizzazione di giornate di lavoro.

 

Infine, chi scrive considera importante sensibilizzare i membri della comunità riguardo la convivenza rispettosa e le dinamiche di dialogo orizzontali, cercando lo sviluppo di una riflessione individuale e collettiva nell’ambito della comunità ricevente, in modo che si possano riconoscere le barriere, basate su stereotipi sociali e culturali, che ostacolano il conseguimento di un’integrazione soddisfacente e affinché gli immigranti possano essere considerati validi. Pertanto la promozione di suddetto programma o intervento dovrebbe articolare diversi mezzi di comunicazione che trasmettano un messaggio chiaro e allo stesso tempo promuovano la riflessione personale e collettiva.

 

*Il testo di questo articolo è stato tradotto in italiano dallo spagnolo.
Sacarica qui l’articolo originale in lingua spagnola Pensar el desarrollo local desde la diversidad


di Marcos Quijada Sanchez
ISSN: 2281-6720
Promozione e Indagini Sociali [online] n.04/2013

 

 

 

 

 

 

 

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