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Rivista Proeis numero 1

 

 

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Cosa vogliamo fare da grandi? Riflessione su i giovani e l’agricoltura

L’aspetto della produzione del cibo e la sua funzione in relazione ai giovani agricoltori, assume una connotazione rilevante non esclusivamente in funzione dell’analisi del settore produttivo, ma anche in relazione all’approfondimento delle tematiche più ampie che interessano le politiche di sviluppo locale e rurale.

L’abbandono della terra è strettamente connesso alle dinamiche demografiche relazionate all’invecchiamento, alla scarsa natalità della popolazione e alla migrazione dei giovani, dovuta principalmente alla mancanza di opportunità economiche e sociali nei territori periferici. Mentre alcune aree rurali fungono sempre più frequentemente come spazi residenziali di delle zone urbane densamente popolate, si assiste alla progressiva perdita delle funzioni economiche, ecologiche e sociali del mondo rurale.

In questo contesto, le aree con vocazione agricola perdono la possibilità di investire sul ricambio generazionale, dimostrandosi sempre maggiormente soggette allo smantellamento progressivo dei servizi primari e vedendo accentuati i propri fattori strutturali di isolamento, come per esempio la mancanza di trasporti efficienti e il degrado delle infrastrutture. Queste criticità costituiscono la base di riflessione al fine di determinare gli obiettivi specifici per la creazione di nuove opportunità per un mercato del lavoro locale che prenda in considerazione le peculiarità sociali, ambientali ed economiche dei territori, utilizzandole come strategia nella costruzione delle condizioni dirette al ripopolamento.
Gli andamenti strutturali del settore agricolo certificano a livello europeo una diminuzione del numero delle aziende, un aumento della dimensione media della superficie agraria utile per azienda e un’importante diminuzione della forza lavoro. Questi elementi hanno attribuito ai giovani una funzione specifica all’interno dell’elaborazione delle strategie dirette al mantenimento e all’aumento dei produttori agricoli nella nuova programmazione europea 2014-2020. Emerge la necessità di mettere in discussione le strategie finora sviluppate, che hanno evidenziato punti di debolezza e scarsa efficacia, soprattutto in merito agli strumenti diretti ai giovani in agricoltura. Il fattore del ricambio generazionale nel comparto agricolo si costituisce infatti, come condizione essenziale per continuare la produzione di cibo a livello europeo e migliorare la competitività nel settore,  attraverso nuovi investimenti e la modernizzazione delle aziende. Le sfide che interessano nello specifico i giovani in agricoltura, come l’accesso al credito, alla terra e l’integrazione al reddito (la necessità di diversificare la produzione, la creazione di strategie dirette alla multifunzionalità dell’azienda…), si sommano a quelle più generali che affrontano oggi le piccole e medie imprese: investimenti iniziali, la competitività (la concorrenza con i mercati globali, alti costi di produzione e scarsi ricavi, la revisione dei canali di commercializzazione e della relazione con il consumatore…), l’innovazione, la formazione e non ultimo il contesto delle crisi.
Cresce progressivamente la necessità di riflettere e creare una transizione verso un modello di attività agraria che non prenda esclusivamente in considerazione le transazioni economiche, ma che sia realmente capace di costruire le basi per una rivalutazione delle zone rurali e periferiche, ripartendo da una prospettiva culturale, storica e sociale relazionata alla gestione sostenibile della produzione. La rilocalizzazione della produzione quindi assume un nuovo ruolo, permettendo una rivisitazione critica del modello di produzione locale degli alimenti.
Nascono nuove opportunità per le aree a vocazione agricola, che devono rimettere in campo, i giovani e la produzione stessa.
La nuova PAC ha riassunto queste priorità, nell’elaborazione della riforma scaturita dal processo decisionale che ha coinvolto Commissione, Parlamento e Consiglio europeo. I tre elementi centrali che caratterizzano la programmazione 2014-2020 sono: il fattore economico, che include la sicurezza alimentare e globalizzazione, la diminuzione del tasso di crescita, la volatilità dei prezzi, lapressione sui costi di produzione dovuto all’alto livello dei prezzi dei mezzi di produzione e il deterioramento della posizione degli agricoltori nella fase di commercializzazione; il fattore ambientale (relativamente all’efficienza delle risorse, qualità del suolo e dell’acqua e le minacce per habitat e biodiversità; il fattore territoriale, che tiene in considerazione le criticità demografiche, economiche e sociali delle aree rurali, come per esempio rilocalizzazione delle imprese e spopolamento. Inoltre, un importante spazio di gestione e programmazione è lasciato agli stati membri.

 

Giovani in agricoltura: sfida o urgenza?
Il declino dell’agricoltura come settore economico in termini di creatore di impiego, assume caratteristiche simili in tutti gli Stati Membri della Comunità Europea. Tra il 2000 e il 2007, la forza lavoro in agricoltura è calata del 21% nell’UE-27 e del 13% nell’UE-15, con alcuni degli stati membri che hanno registrato un importante crollo come Estonia (-49%), Romania (-40%), Bulgaria and Slovacchia (-36%). Di media i giovani agricoltori rappresentano il 6% del totale degli agricoltori, con dati sopra la media in Polonia (12.3%), Repubblica Ceca (9.8%), Austria (9.7%) e Finlandia (9.1%). I giovani agricoltori rappresentano la proporzione di 1 a 9, sugli agricoltori anziani.
Secondo i dati Istat del 6° Censimento dell’Agricoltura, i giovani agricoltori con meno di 40 anni si attestano al 9,9% del totale, solo la metà ha meno di 35 anni.
In base all’analisi condotta dall’Inea sui giovani e imprese in agricoltura nel contesto nazionale emerge che nel complesso delle regioni italiane, ci sia una minor quota d’imprese giovanili sul totale di quelle attive nel settore. Nel secondo trimestre del 2012, il tasso medio d’imprese agricole condotte da giovani si è attestato sul 7% rispetto all’11% registrato dal complesso delle imprese attive. Le regioni che occupano le prime posizioni per il tasso di imprese agricole condotte da giovani sono la Calabria (11%), la Sicilia (11%) e la Sardegna (10%), seguono la Val d’Aosta (9%) e la Campania (8%) (INEA, 2013). Tra 2000-2007 in Italia si è assistito ad un importante riduzione della presenza giovanile nella conduzione delle imprese agricole, passando da 263 mila unità del 2000 a 129 mila del 2007 e l’incidenza dei giovani conduttori sul totale nel 2007 è stata pari al 6,2% riducendosi di 4 punti percentuali rispetto al 2000 (RRN, 2011).
In Sardegna, nel 2007, l’incidenza dei giovani conduttori di imprese agricole sul totale delle imprese attive, è stata pari al 9,5%, valore al di sopra della media nazionale (6,2%), in ogni caso ridotta di 1,2 punti percentuali rispetto al 2000.
Se parliamo di manodopera salariata con meno di 40 anni, nel 2007 i dati in percentuale hanno confermato per la Sardegna, un valore pari al 49%, valore inferiore a quello della media nazionale (68,9%). L’incidenza dei giovani all’interno della manodopera familiare è stata pari al 38,9%, valore superiore a quello della media nazionale (34,3%), ma tra il 2000 e il 2007, è diminuita di 16,7 punti percentuali.
L’incidenza dei giovani capi azienda con diploma o laurea è stata pari al 3,7%, valore superiore a quello della media nazionale (3,3%); la presenza di conduttori giovani con titolo di studio elevato sul totale dei conduttori, tra il 2000 e il 2007, è aumentata di un punto percentuale.
Le zone rurali svantaggiate della Sardegna, mostrano importanti dati relativi alle dinamiche dei giovani in agricoltura, evidenziando sostanziali differenze all’interno dello stesso territorio regionale. In termini assoluti i giovani conduttori sono stati più numerosi nelle aree rurali svantaggiate rispetto alle altre aree con circa 5.200 unità, dove l’incidenza dei giovani conduttori nel 2007 è stata all’incirca pari al valore regionale. La presenza dei giovani salariati sul totale tra il 2000 e il 2007 è aumentata di 11,9 punti percentuali. In termini assoluti i giovani salariati sono più numerosi nelle aree D (zone rurali con problemi complessivi di sviluppo) con circa 2.700 unità
In termini assoluti i giovani che compongono la manodopera familiare sono più numerosi nelle aree D (zone rurali con problemi complessivi di sviluppo) con circa 15.200 unità, mentre in termini relativi sono le aree B (zone rurali con agricoltura intensiva) a far registrare la quota più elevata della manodopera familiare (RRN, 2011).

Fig.1 - Rilevanza relativa dei giovani agricoltori (>35 anni), UE 27, 2007
Fonte: EU agricultural economic brief, Generational renewal in EU agriculture: statistical background, pag. 3

Dunque la necessità di favorire l’ingresso dei giovani nel settore agricolo è uno dei focus che è introdotto negli obiettivi della programmazione di Sviluppo Rurale 2014-2020.
Attraverso l’integrazione di alcuni strumenti già presenti nella precedente programmazione, viene dedicata nello specifico agli agricoltori under 40, un pagamento addizionale ai pagamenti diretti del 25% (che incide sul I pilastro), per i primi 5 anni di insediamento. E al pagamento addizionale si sommeranno degli strumenti che potrebbe contenere le seguenti misure:

- Aiuto all'avviamento di attività imprenditoriale per il primo insediamento in agricoltura;

- Maggiore sostegno agli investimenti;

- Trasferimento di conoscenze e azioni di informazione;

- Servizi di consulenza, di sostituzione e di assistenza alla gestione delle aziende agricole;

- Cooperazione;

-Investimenti per diversificare le attività agricole.

  

Riflessioni conclusive
“Gli aiuti vengono dati in maniera scoordinata, finanziamenti per la produzione, invece a me servirebbero aiuti per vendere e commercializzare, così io sono responsabile di tutto il ciclo”. (Pietro, 28 anni, agricoltore)

Il mondo rurale europeo soffre delle criticità che nascono dal mutamento di scenari e differenti fattori che vanno presi in considerazione nel loro complesso, al fine della costruzione di un’analisi che possa supportare l’elaborazione di raccomandazioni applicabili alle politiche pubbliche. Una realtà complessa che si confronta oggi con i nuovi mercati, le nuove tecnologie e le nuove politiche agricole comunitarie che si dirigono sempre più verso il concetto di “impiegabilità”, nel tentativo di sostituire progressivamente le politiche distributive implementate per decenni.
Questo contesto, richiede una riflessione sui finanziamenti che sono stati considerati nella revisione delle programmazioni e nella riforma in atto, inefficienti ed inefficaci, mentre si evidenzia la necessità di stabilire strumenti di supporto per gli investimenti e il miglioramento tecnologico, così come lo sviluppo di una programmazione che faccia riferimento ad una governance multilivello.
Il patto sociale nato negli anni cinquanta, tra agricoltori e società all’indomani della II guerra mondiale, richiede una riforma sostenibile. La stessa politica comunitaria, basata fino agli anni ottanta sul concetto di food security, valore che stava alla base dello stesso patto sociale, a partire della metà degli anni ottanta si muove verso il concetto di food safety, a causa principalmente di importanti scandali alimentari. Oggi il tema della sicurezza alimentare, intesa non solo come la capacità di accesso al cibo, ma anche alla qualità degli alimenti, così come i problemi che derivano dai cambiamenti climatici, ci obbligano ad una riflessione sulla necessità di relazionare l’agricoltura alla tutela dell’ambiente, con la finalità di valutare l’uso razionale delle risorse naturali nell’ottica di un necessario passaggio alle future generazioni.
Il passaggio generazionale non assume una mera funzione simbolica, ma diventa centrale nel dibattito politico e centrale nella programmazione e nell’agenda dei paesi membri. I giovani hanno un ruolo indispensabile nella programmazione e progettazione della produzione del cibo a livello europeo. L’insieme di queste necessità può aprire nuovi scenari per i giovani, per i territori e per le economie locali de-strutturate, creando nuovi spazi economici.
Il dibattito sulla rilocalizzazione degli alimenti si è intensificato, infatti, negli ultimi anni non solamente nei mezzi di comunicazione, ma anche come importante riflessione di una parte della società più sensibile e maggiormente colpita dalla crisi. Il problema alimentare occupa un importante spazio nello scenario globale e diverse riflessioni lo considerano strettamente connesso e non indipendente dalla crisi ambientale, finanziaria ed energetica (Brunori G., Guarino A., 2009).
La convinzione mostrata da alcuni settori della società e della politica, che l’indigenza ed i problemi relativi ad una crescente limitata capacità di acquisire beni di prima necessità, fossero problemi che interessavano esclusivamente collettivi a rischio di esclusione sociale, è stata smontata progressivamente negli ultimi anni, dalle statistiche relative all’incremento della povertà nei paesi “ricchi”.
Dunque nelle variabili che devono considerarsi al fine di riprogrammare la struttura produttiva agroalimentare, favorendo la riconnessione dei giovani alla terra, non si può non considerare che l’attuale contesto nasce da una stratificazione di un modello economico, sociale ed ecologico che dev’essere posto in discussione.
La disconnessione, tra attività umana risorse naturali e territoriali ha portato allo smantellamento della produzione stessa, a favore di un paradigma di produzione nel quale si considera il fattore terra, un elemento reintegrabile attraverso l’utilizzazione degli input chimici e l’intensa mecanizzazione. Il risultato è stato la perdita della biodiversità e l’impoverimento biologico del suolo e contemporaneamente a livello sociale, la progressiva perdita della memoria storica, della tradizione, della conoscenza locale relazionata alla produzione degli alimenti. Così come, l’impoverimento della condizione degli agricoltori e lo scollamento delle nuove generazioni dalla produzione locale e agricola (Ventura, F., Milone, P., 2005).
Allo stesso modo cambiamenti demografici e diminuzione della popolazione rurale sono criticità centrali per comprendere il contesto ed l’importanza del ruolo che ricoprono attualmente i giovani, non solamente nel settore agricolo, ma più in generale nel mondo rurale.
Elementi demografici e politiche pubbliche rivolte alla rilocalizzazione produttiva in funzione di politiche attive del lavoro che si rivolgano all’ingresso e alla permanenza dei giovani nel settore agricolo, si intersecano nella riflessione e nella programmazioni dei vari livelli di governance.
Una questione che appare evidente nell’analisi delle necessità e dei bisogni, è dunque la centralità di ragionare su politiche pubbliche che mirino alla creazione di strumenti di supporto: tecnici, fiscali e burocratici.
E’ dunque importante considerare gli elementi analizzati nel complesso di approcci territoriali più ampi che evidenziano processi di integrazione europea “differenziata”. Infatti l’azione normativa e politica che ritroviamo nei differenti territori europei, ci conduce a riflettere da un lato sulla forma con la quale ogni stato attua il suo principio di sussidiarietà, dall’altro gli effetti “correttivi” delle politiche pubbliche nei vari livelli di governance.
Per rispondere con precisione alla domanda “Cosa vogliamo fare da grandi?”, forse abbiamo bisogno di attendere le azioni che metterà in campo ciascun Stato Membro e valutare l’efficacia  e l’incisività delle misure dirette all’ingresso e alla permanenza dei giovani in agricoltura.

 

di Silvia Doneddu
Promozione e Indagini Sociali [online] n.06 - Aprile 2014
ISSN: 2281-6720
 

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