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La coesione della UE: dalla lotta contro le disuguaglianze alla scommessa sulla competitività*

Il 5 maggio di ogni anno si celebra in tutta l’Unione Europea la Giornata dell’Europa, comunemente conosciuta come San Schuman, in ricordo della dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio del 1950, quando l’allora ministro degli esteri francese fece il primo passo verso l’integrazione degli Stati europei, proponendo che il carbone e l’acciaio di Germania e Francia (e degli altri paesi che avessero aderito) venissero sottoposti a un’amministrazione congiunta. Si avviò così la creazione della prima Comunità Europea, quella del Carbone e dell’Acciaio (CECA), che avrebbe poi dato origine all’attuale UE.

Oltre sei decenni più tardi, i meriti della UE, che le valseroil Nobel per la Pace nel 2012, sono stati oscurati dalla crisi economica che ha colpito duramente l'Europa negli ultimi anni, e l’Unione Europea si è paradossalmente trasformata in un simbolo di divisione. L’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni europee è diventato motivo di preoccupazione per gli stessi organismi comunitari:la UE sta vivendo la sua crisi peggiore in quasi 60 anni di esistenza, parallelamente al sorgere di discrepanze e al discostamento dal progetto comunitario. La UE attraversa il periodo di recessione più lungo di tutta la sua storia e le differenze tra paesi del nord e del sud sono cresciute negli ultimi cinque anni, così come è appunto aumentato il disincanto della popolazione europea rispetto alle politiche dell’Unione.

Nonostante la recessione economica degli ultimi due anni, la UE continua ad essere una delle zone di maggiore attività economica del mondo. Tuttavia, ogni processo di ampliamento ha rappresentato una seria sfida per l’obiettivo della coesione economica, sociale e territoriale.Il compito delle autorità europee si è fatto sempre più complesso di pari passo con l’allargamento dell’Unione, in quanto si sono incorporati paesi i cui livelli di sviluppo economico erano sensibilmente minori rispetto a quelli dei paesi originari e che quindi hanno determinato nuovi squilibri interni. Questa è una sfida che la UE, attraverso la sua politica di coesione, ha affrontato in modi differenti a seconda del momento storico ed economico.

 

Passo dopo passo verso un’Unione Europea neoliberista

L’Unione Europea, così come la conosciamo oggi, non è il prodotto di un’evoluzione predeterminata e disegnata a partire dalle sue origini ma nemmeno il frutto di trasformazioni casuali. Senza dubbio ha conosciuto profonde trasformazioni sin dall’inizio, in quanto organizzazione dinamica e flessibile, capace di adattarsi alle differenti condizioni economiche, politiche e sociali.

Oltre cinquant’anni fa la creazione della CEE fu motivata da vari elementi, nonostante il fattore essenziale sia rappresentato dalla volontà dei dirigenti economici e politici dei principali paesi dell’Europa Occidentale di recuperare ed espandere i mercati alterati dalla guerra. La creazione di un mercato sovrastatale avrebbe rappresentato la soluzione che avrebbe permesso di competere in condizioni migliori su scala europea e mondiale. Così, tramite il Trattato di Roma, nacque la Comunità Economica Europea, conosciuta comunemente come il “Mercato Comune”.

Durante gli anni sessanta e sino ai primi anni settanta la CEE ha rappresentato un fattore di successo per il capitale, ed i paesi industrializzati hanno conosciuto una crescita economica sostenuta. Durante quest’epoca si considerava che gli Stati fossero responsabili dell’andamento della propria economia e che l’intervento pubblico fosse necessario e importante per il suo corretto sviluppo. Infatti, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale i paesi dell’Europa occidentale si erano distinti proprio per l’importanta riconosciuta alla responsabilità pubblica nell’amministrare i beni materiali e servizi necessari alla popolazione (il cosiddetto “Stato Sociale”).

Tuttavia, la crisi degli anni settanta dissipò le illusioni di prosperità permanente, mettendo fine al periodo di spettacolare crescita economica del quale avevano goduto durante vari anni i paesi europei. In questa situazione di recessione e di forte paralisi tra crisi energetica ed economica, la CEE si vide obbligata a reagire, pressata dalle sue grandi imprese transnazionali, ed avviò quella che sarebbe stata la prima svolta  nell’ambito del progetto europeo (Fernández Durán, 2006). Iniziò così un nuovo periodo nel quale si cercò di trasformare la CEE in uno strumento finalizzato al recupero delle economie nazionali ed accrescere la competitività. Era necessario forzare la corsa verso il mercato unico attraverso l’”armonizzazione verso il basso” delle politiche sociali e fiscali, rompendo l’ampio consenso che le conquiste sociali dei decenni anteriori avevano ottenuto (Pastor, 2008). Si generò così il paradosso secondo il quale, mentre si formalizzava il modello sociale europeo come segno di identità e distinzione di fronte al resto del mondo, si avviava allo stesso tempo il suo indebolimento graduale per rafforzare la cosiddetta integrazione europea, la competitività e le condizioni necessarie per raggiungere la convergenza monetaria.

L’Atto Unico ha costituito la prima importante modifica del Trattato di Roma. Ufficialmente il primo obiettivo del AUE consisteva nel riattivare il processo di costruzione europea con il fine di completare il consolidamento del mercato interno. Così, l’Atto Unico può considerarsi come il primo passo importante verso l’adozione e il consolidamento del modello economico neoliberista dell’unione Europea, in quanto stabilisce la base giuridica per l’istituzione del Mercato Interno o Mercato Unico del 1993. Allo stesso tempo, si mossero i primi passi per la privatizzazione di alcuni servizi (comunicazioni, energia ecc.), un proceso che si intensificherà durante gli anni novanta. L’Atto Unico ha stabilito delle dure condizioni per l’intervento pubblico degli Stati sulle proprie economie, termini che sono stati definiti “condizioni di convergenza”, di modo che i paesi che non le compiono non possono formare parte del club della moneta unica (Etxezarreta, 2002), impedendo così che i paesi membri possano prendere decisioni economiche o politiche contrarie agli interessi del capitale privato.

A partire dagli anni novanta, con la fine della guerra fredda, è stato dato un nuovo impulso al processo di integrazione europea:in un clima politico convulso nell’Europa Centrale ed Orientale,  la CEE si è eretta a garante della stabilità. Nel 1993, con l’entrata in vigore del trattato di Maastricht (chiamato ufficialmente Trattato dell’Unione Europea - TUE), la Comunità Europea ha adottato il suo nuovo nome: Unione Europea. Il maggiore cambio introdotto dal Trattato di Maastricht è di natura politica, in quanto per la prima volta si va oltre l’obiettivo economico iniziale della Comunità Europea. Attraverso il TUE è stato introdotto un concetto più globale della “unione”, che trascende l’ambito economico-commerciale e si estende all’ambito politico, sociale e culturale (Plaza, 2000b). Nonostante ciò, gli obiettivi economici non sono stati accantonati, dato che nello stesso periodo è stato creato il mercato unico, con le “quattro libertà”, definizione ingegnosa che in realtà si riferisce ad aspetti economici, in quanto fa riferimento alla libertà di circolazione delle merci, dei servizi, delle persone e dei capitali.

In questo contesto, le autorità della UE hanno percepito un forte aumento delle diseguaglianze tra le regioni europee, una crescita preoccupante della disoccupazione e della precarietà lavorativa, così come un grande sentimento di euroscetticismo da parte della popolazione nei confronti del progetto europeo. Per questo, a partire dal Vertice di Amsterdam, si è cominciato ad adottare misure al riguardo. Sotto il nuovo termine “coesione sociale” è stataavviata l’elaborazione rapporti per approfondire la conoscenza della situazione e sono stati inseriti la coesione e l’occupazione tra gli obiettivi della politica economica. Però, allo stesso tempo, a partire del 1999, si è accelerata la deregolamentazione monetaria e finaziaria, così come la promozione delle misure adottate a favore della promozione della competitività nel settore finanziario. Nell’anno 2000 la Commissione Europea ha approvato la Strategia di Lisbona, un piano di sviluppo il cui obiettivo è trasformare l’economia europea in una delle più competitive al mondo.

In seguito all’importante crisi politica che ha determinato il fallimento del progetto di Trattato Costituzionale del 2005, si è aperto un periodo di riflessione (o presunto tale) in seno alle istituzioni europee, che ha culminato nel giugno del 2007 con la presentazione, da parte della Presidenza tedesca del Consiglio della UE (ricoperta da Angela Merkel), di una proposta diffusa con il nome di Trattato di Riforma, che ha portato a quello che è conosciuto come Trattato di Lisbona (e battezzato in Irlanda come “Trattato di Austerità”). Quest’ultimo trattato punta fermamente sulle privatizzazioni e la riduzione della spesa sociale negli Stati, oltre a rafforzare il potere politico dell’Unione Europea nei confronti dei paesi membri. Secondo l’articolo 3 del Trattato, la crescita economica costituisce il grande obiettivo dell’Unione.

Più di recente, nell’anno 2010, il Consiglio Europeo ha adottato la cosiddetta Strategia Europa 2020, che sostituisce la Strategia di Lisbona, erigendosi a nuovo piano di crescita per il decennio in corso, con l’obiettivo di favorire uno sviluppo integrale che collochi nuovamente l’Unione Europea in una posizione di leadership mondiale dal punto di vista economico e sociale. L’obiettivo principale della Strategia 2020 continua ad essere la crescita economica, a maggior ragione dato che la sua approvazione è avvenuta in pieno periodo di crisi economica nella UE, e punta sull’aumento del PIL come motore dello sviluppo.

 

Evoluzione parallela della politica di coesione della UE

La politica regionale o di coesione della UE ha costituito senza dubbio uno dei tasselli principali del processo di costruzione europea. Ciononostante, il cammino comunitario e intergovernativo verso la coesione è stato “lungo e caotico” (Salez, 2009: 37). I dibattiti in seno alla UE sul processo di integrazione e il suo ruolo nella riduzione delle disparità regionali hanno dato lugo a quello che possiamo definire un modello europeo di integrazione (Garrido, Mancha e Cuadrado, 2007).

L’importanza della politica regionale o di coesione risiede nel fatto che contribuisce a raggiungere uno degli obiettivi fondamentali del Trattato Costitutivo: la coesione economica, sociale ed ora anche territoriale. In questo modo, oltre un terzo del bilancio dell’Unione viene destinato agli strumenti finanziari della politica di coesione. Nel 2008, il raggiungimento della coesione è divenuto per la prima volta l’obiettivo più importante della UE in termini di bilancio, precedendo la politica agraria, che sino ad allora aveva occupato il primo posto.

Già nel Trattato di Roma si ribadiva la necessità di ridurre le disuguaglianze tra regioni, però quasi tutti i successivi ampliamenti della UE si erano tradotti in un’accentuazione della problematica regionale e delle disparità economiche. Indubbiamente, gli ultimi allargamenti costituiscono una passaggio fondamentale nel processo di integrazione europea, per la dimensione e le differenze socioeconomiche tra la UE e i nuovi paesi. Inoltre, diversi studi dimostrano che anche le disparità interne tra regioni di uno stesso Stato sono sempre più ampie (Rodríguez-Pose e Petrakos, 2004). La polarizzazione territoriale a scala regionale si acuisce nei paesi meno ricchi del continente europeo, rendendo più evidenti i profondi squilibri interregionali (Plaza, 2000a).

La politica regionale è sorta relativamente tardi ma con un obiettivo chiaro: ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche in territorio europeo,creando uno spazio economico più equilibrato. La nascita della politica regionale si è materializzata con la creazione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) nel 1975, che inizialmente veniva percepito da tutti i paesi in base a criteri daterminatidagli Stati membri.A partire dal principio degli anni ottanta la Comunità Europea ha però cominciato a riservare una percentuale delle risorse del FESR alla promozione di azioni comunitarie di sviluppo regionale.

A partire da questo momento, in corrispondenza con la firma di ogni trattato la politica regionale ha evoluzionato nel corso degli anni, adattandosi ai problemi tecnici e politici che sono sorti nei successivi processi di ampliamento, così come ai cambi delle condizioni socioeconomiche, e correggendo  i difetti riscontrati nel funzionamento stesso dei suoi programmi.

Nel 1986l’Atto Unico ha introdotto ufficialmente l’obiettivo della coesione economica e sociale per la CEE, ponendo finalmente le basi per una reale politica regionale. Una delle finalità fondamentali perseguite con l’AUE era il raggiungimento della crescita e l’omogeneizzazione delle economie regionali ai fini della loro completa integrazione nello spazio comunitario. Il politico francese Jaques Delors, allora presidente della Commissione Europea, è stato il massimo promotore della politica regionale durante questi primi anni di rodaggio. Ciononostante, lo stesso Delors riconosceva gli ostacoli presenti nella lotta contro le disuguaglianza e il conflitto esistente tra la competitività e la solidità finanziaria, base della politica regionale europea dalle sue origini.

“L’Europa considera il suo futuro all’insegna dell’ equilibrio tra concorrenza e cooperazione, che insieme determinano il destino degli uomini e delle donne che vivono in essa. Si tratta di una cosa facile da realizzare? No. Le forze del mercato sono molto potenti. Se abbandoniamo gli eventi al loro destino l’industria si concentrerà al nord e le attività di svago al sud. Tuttavia queste forze del mercato, potenti, per quanto si possa pensare il contrario non si muovono sempre nella stessa direzione. Lo sforzo e l’aspirazione politica dei cittadini consiste nel cercare di costruire un territorio equilibrato”.Jaques Delors[1]

Grazie alla politica regionale, il principio liberista che confidava  nella capacità del mercato di correggere gli squilibri è stato attenuato da un approccio a carattere socialdemocratico: le tendenze e gli impulsi naturali del mercato richiedono il contrappeso dell’azione del settore pubblico. In maniera complementare, i processi di integrazione economica devono essere accompagnati da politiche correttive delle tendenze accentratrici inerenti alle integrazioni.

La firma del Trattato dell’Unione Europea o Trattato di Maastricht nel 1992 ha rappresentato un nuovo impulso per la politica regionale europea, in quanto ha incorporato questa politica al Trattato Costitutivo (articoli da 158 a 162). Al tempo stesso la firma del Trattato ha promosso uno sviluppo maggiore dei mezzi di finanziamento della politica regionale: è stato creato il Fondo di Coesione ed è stata lanciata la proposta di incremento dei Fondi Strutturali per il periodo 1994-1999. Il TUE inoltre ha unito i concetti di convergenza e coesione, consacrando la coesione come uno degli obiettivi fondamentali dell’Unione. La convergenza è contemplata nel TUE come un passaggio fondamentale per la realizzazione dell’unione economica e della moneta unica, ma anche come argomento essenziale per lo sviluppo della politica strutturale (Plaza, 2000b).

A partire dagli anni 2000 (in piena vigenza della Strategia di Lisbona) sorgono le prime discrepanze in seno all’Unione Europea riguardo il ruolo ricoperto dalla politica regionale e la sua forma di finanziamento: alcuni paesi e correnti politiche si mostrano favorevoli a puntare sulla competitività economica delle regioni invece che sulla coesione e l’equilibrio territoriale. Di conseguenza, il periodo di programmazione 2000-2006 determina una certa rottura con la tendenza ad assegnare un maggiore protagonismo all’obiettivo della coesione economica e sociale. La disponibilità di bilancio si vede per la prima volta ridotta in termini relativi, la politica regionale permane frammentata in territori e non si definisce la concezione dell’obiettivo dello sviluppo territoriale (Garrido et al., 2007).

Nel 2003, l’allora presidente della Commissione Europea Romano Prodi aveva richiesto un rapporto sulla governance economica europea all’economista André Sapir, dal titolo “Europa, un’agenda per la crescita”, meglio conosciuto come “Rapporto Sapir”. Il suo incarico era analizzare le conseguenze dei principali obiettivi strategici ed economici della UE nel decennio 2000-2010, analizzando il livello di realizzazione degli obiettivi della Strategia di Lisbona e indicando le linee affinchè il successivo ampliamento della UE avesse successo. I risultati del Rapporto evidenziarono l’opportunità di rivedere l’intero sistema di politiche economiche europee e indicarono che la politica regionale dell’Unione Europea aveva fallito per quanto riguardava il suo obiettivo di promozione della competitività, oltre ad avere un carattere eccessivamente burocratico.Secondo il rapporto la politica agricola e regionale dell’Unione erano troppo costose e poco efficaci, al contrario delle politiche dirette al miglioramento della competitività, e venivano quindi duramente criticate. Alla diffusione del Rapporto seguí una grande polemica: alcuni Stati membri avanzarono proposte di sostituzione della politica regionale con semplici trasferimenti finanziari da un paese all’altro (un ritorno al modus operandi degli anni settanta), al fine di ridurre la burocrazia ed eliminare il ruolo chiave della Commisione Europea nell’ambito di tale politica. Ci fu anche chi si mostrò favorevole a ridurre i finanziamenti dedicati all’obiettivo della coesione a favore dell’aumento degli stanziamenti destinato agli obiettivi di Lisbona. Iniziò così lo scontro per indirizzare la politica regionale verso l'obiettivo della competitività piuttosto che verso quello della coesione.

 

La politica di coesione al servizio delle strategie economiche

La politica regionale ha abbandonato il suo antico nome nel 2007 per essere ribattezzata “politica di coesione”, un nome più neutro e poliedrico,utilizzato nel Trattato di Lisbona. Nonostante si sia assistito a una sua limitazione negli ultimi anni, occorre ricordare che la politica di coesione concentra ancora gran parte delle finanze di cui dispone la UE. I mezzi finanziari stanziati per raggiungere questo obiettivo rappresentano più di un terzo del bilanciodell’Unione Europea per il periodo 2007-2013, canalizzati mediante gli strumenti finanziari della politica di coesione: il Fondo di Sviluppo Regionale, il Fondo di Coesione e il Fondo Sociale Europeo. Il finanziamento dello sviluppo regionale si assegna secondo tre obiettivi fondamentali: convergenza, competitività regionale e occupazione, cooperazione territoriale. Le linee guida strategiche fornite dalla Commissione Europea stabilivano che gli Stati membri dovevano riservare i finanziamenti assegnati a tre priorità fondamentali: rendere l’Europa e le sue regioni dei luoghi più attrattivi nei quali investire e lavorare, migliorare la conoscenza e l’innovazione in favore della crescita e, infine, aumentare e migliorare l’occupazione (CE, 2005). Concretamente, in quest’ultimo periodo di programmazione, la politica regionale ha puntato decisamente sulla competitività dell’Europa e sugli accordi di Lisbona e Göteborg (Garrido et al., 2007).

La questione chiave è rappresentata dal fatto che la Strategia di Lisbona e la successiva Strategia Europa 2020 hanno introdotto una serie di condizioni strategiche per le azioni di politica regionale,le quali determinano un’attenzione crescente per la competitività delle regioni rispetto alla lotta agli squilibri. Attraverso l’adozione della Strategia di Lisbona nel marzo del 2000, si sono stabilite una serie di linee da applicare ai programmi che si beneficiano della politica di coesione, come per esempio il miglioramento dell’attrattività di Stati e regioni o la promozione dell’innovazione e dell’imprenditorialità. In questo modo la Strategia di Lisbona, che era nata come piano strettamente relazionato con la crescita economica e la competitività, inserisce le proprie condizioni nell’ambito degli interventi in materia di coesione.

Occorre considerare che le strategie economiche e i Fondi Strutturali hanno in comune l’obiettivo della crescita economica che può tradursi, in termini di politica regionale, nella promozione della convergenza tra paesi e regioni del territorio europeo. La stessa Commissione Europea riconosce che la politica di coesione potrebbe rappresentare l’incentivo finanziario che permetterebbe agli Stati membri e alle regioni europee di trasformarsi nei più competitivi (Moreno, Royuela e Vayá, 2005).La politica regionale,quindi,come strumento per favorire direttamente gli obiettivi delle strategie economiche. Come mette in pratica ciò? Nella ripartizione dei Fondi Strutturalil’ammissibilità di quei progetti che puntano al rafforzamento della competitività delle regioni è maggiore rispetto agli altri. Si tratta di regioni che possiedono la capacità di affrontare i rischi economici e sociali generati da un’economia aperta,all’insegna della concorrenza. Durante l’ultimo periodo di programmazione, il 75% dei fondi per l’Obiettivo 2 (Competitività Regionale e Occupazione) e il 60% dei fondi per l’Obiettivo 1 (Convergenza) sono stati stanziati a favore di misure di appoggio a ricerca e sviluppo, imprenditorialità, società dell’informazione, formazione, risorse umane e trasporti. I progetti dovevano, imperativamente, rispettare queste norme di ammissibilità vincolate alla Strategia di Lisbona (che era la strategia economica in vigore in quel momento). Tali norme rappresentano una limitazione sempre più stretta, progetti di volta in volta diretti in misura maggiore dall’Unione (Baudelle, 2009). Anche la coesione sociale costituiva uno dei cinque grandi ambiti nei quali si distribuivano gli obiettivi della Strategia di lisbona, però, nonostante in questo ambito sia inclusa anche la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, il principale obiettivo è stato quello di generare capitale umano per raggiungere l’obiettivo generale della competitività internazionale.

Il caso dello Stato spagnolo è in questo senso significativo. Durante il periodo di programmazione 2007-2013, ha ricevuto oltre 35 miliardi di euro dai Fondi Strutturali, distribuiti tra gli obiettivi della convergenza (26,2 miliardi), della competitività regionale e dell’occupazione (8,5 miliardi) e della cooperazione territoriale (559 milioni). C’è stato un incremento particolare degli investimenti in settori relazionati con ricerca e sviluppo, innovazione e società dell’informazione per un totale di 8 miliardi di euro, mentre nel precedente periodo di programmazione (2000-2006) il finanziamento si era attestato sui 3,9 miliardi. Nell’ultimo periodo di programmazione lo Stato spagnolo è passato dunque dalla priorizzazione del finanziamento di progetti relazionati con le infrastrutture di trasporto e l’ambiente alla destinazionedei suoi fondi per la politica di coesione secondo gli obiettivi di Lisbona. In termini finanziari, il 79% dei fondi delle regioni destinati alla convergenza e l’81% dei fondi per la competitività sono stati investiti in priorità definite dalla Strategia di Lisbona.

Alcuni autori hanno già battezzato questo processo come la lisbonizzazione delle politiche comunitarie (Salez, 2009), tendenza che ha permesso di salvare la politica di coesione dai taglia ai quali volevano sottometterla alcuni dei paesi contribuentinetti rispetto al bilanco europeo[2], specialmente in seguito al dibattito di bilancio del 2004-2006. La pubblicazione nel 2003 del sopraccitato Rapporto Sapir ha molto a che fare con questo processo di libanizzazione, dato che ha mosso una forte critica ai costi e all’efficacia della politica di coesione rispetto alle politiche che favoriscono la competitività economica.

Grazie al cambio di orientamento avutosi negli ultimi anni, la politica di coesione costituisce attualmente uno degli strumenti più importanti per il raggiungimento degli obiettivi delle strategie economiche, strettamente relazionati con la competitività. Si può osservare così come la politica di coesione è stata orientata al servizio delle strategie economiche dell’Unione (Lisboa-Göteborg[3]e Europa 2020), che si sono trasformate nella principale priorità dell’agenda comunitaria. Così, con l’obiettivo di accrescere la competitività e il dinamismo dell’economia europea, la politica di coesione opta per la mobilitazione delle risorse verso i poli della competitività, cosa resa possibile dal Fondo di Coesione. Per quanto riguarda il rafforzamento della coesione territoriale, la sfida fondamentale è quella del miglioramento del capitale territoriale e del potenziale delle regioni europee (Camacho e Melikhova, 2010), oltre alla promozione dell’integrazione territoriale (per esempio mediante sinergie e cluster transeuropei di attività competitive e innovative). L’importanza del concetto di “capitale territoriale”, di chiara vocazione neoliberista, è stata definita per la prima volta da parte della OCSE nel 2001[4]: questa considerava che le sue componenti possono contribuire all’aumento della produttività e generare quindi crescita economica. Riassumendo, le politiche pubbliche che combattono le disparità si trasformano in politiche che cercano di massimizzare i vantaggi competitivi delle regioni, in sintonia con quanto dettatodalle strategie economiche dell’Unione.

 

Conclusioni

L’Unione Europea ha modificato la propria strategia e la politica economica durante la sua storia, per adattarsi alla congiuntura politico-economica delle diverse epoche. Si sono così succeduti grandi cambiamenti in seno alle politiche attuate, in funzione degli interessi dei poteri forti e in correlazione con le forze sociali (Etxezarreta, 2002). Le politiche delle istituzioni europee hanno in primo luogo risposto in ogni momento agli interessi del commercio europeo (McGiffen, 2001), tendenza ribadita nei successivi trattati di Maastricht, Amsterdam, Nizza e Lisbona.

Negli ultimi anni, la UE ha bruciato le tappe dell’integrazione economica con una velocità di molto superiore rispetto al passato e a qualsiasi altro processo storico di integrazione con mezzi pacifici (Rodríguez-Pose, 2002). Le disuguaglianze tra paesi e specialmente tra regioni continuano comunque a crescere, nonostante gli sforzi per raggiungere la convergenza e la coesione economica. Durante gli ultimi anni si è assistito ad un aggravamento delle disuguaglianze territoriali nell’ambito della UE, accentuate con l’adesione dei paesi dell’Est, soprattutto con lo scoppio della crisi, aspetto riconosciuto dalla stessa Commissione Europea nei rapporti successivi.

In un contesto economico e sociale in rapida evoluzione quale quello del territorio comunitario, la politica di coesione può ricoprire un ruolo complesso però fondamentale, promuovendo la convergenza economica e consolidando il modello sociale europeo. Ciononostante, negli ultimi anni, questa politica è stata oggetto di particolare attenzione soprattutto a causa delle tensioni in tema di finanziamenti nell’ambito della UE tra i paesi contribuenti netti e i paesi beneficiari dei Fondi. Quando si sono manifestati bisogni profondi e di grandi dimensioni, la risposta della UE ha consistito nello stabilizzare le spese e mettere la politica regionale al servizio delle strategie economiche. Il risultato è stato una politica regionale che cerca maggiore efficacia e concentrazione nelle necessità ma si occupa meno delle realtà regionali (Garrido et al., 2007). Con l'avvento di una grave crisi economica di dimensioni internazionali, che ha colpito in maniera profonda l’Unione e i paesi che ne fanno parte, la bilancia dei pagamenti si è inclinata a favore della ricerca della competitività e del dinamismo economico.

Durante l’ultimo periodo di programmazione dei Fondi Strutturali, la politica di coesione è stata orientata al servizio delle strategie economiche di Lisbona-Göteborg ed Europa 2020, secondo l’obiettivo finale che consiste nell’aumento della competitività e del dinamismo dell’economia europea, attraverso la mobilitazione di fondi verso i poli della competitività, relegando in secondo piano la lotta contro le disuguaglianze regionali e la ricerca dell’equilibrio territoriale.

 

 

Riferimenti bibliografici

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Etxezarreta, M. (2002). Una panorámica crítica de la Unión Europea: un texto de divulgación. Nómadas (6) <http://www.redalyc.org/articulo.oa?id=18100605>

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McGiffen, S. P. (2001). TheEuropeanUnion: a criticalguide. Londres: Pluto Press.

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*Il testo di questo articolo è stato tradotto in italiano dallo spagnolo:
Scarica qui l’articolo originale in lingua spagnola La cohesión de la UE: de la lucha contra las desigualdades a la apuesta por la competitividad

 


di Berezi Elorrieta
Promozione e Indagini Sociali [online] n.07 - Luglio 2014
ISSN: 2281-6720
 

 

 


[1]Jaques Delors, presidente della Commissione Europea tra il 1985 e il 1995. Dichiarazione rilasciata nel 1989, in piena fase di applicazione del “Pacchetto Delors I” (CE, 2008).

[2]Sono quei Paesi che danno di più in termini di contributi all'UE rispetto a quello che ricevono in termini di aiuti e fondi (NdT).

[3]Il Consiglio Europeo di Göteborg, tenutosi nel giugno del 2001, aggiungerebbe una presunta dimensione ecológica agli obiettivi di Lisbona, alla quale posteriormente ci si riferisce come la Strategia di Lisbona-Göteborg.

[4]Pubblicazione “OECD Territorial Outlook” dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).

 

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