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Sharing economy: il nuovo volto dell’economia solidale

Recentemente, si è sentito parlare molto spesso di “sharing economy”, ossia economia condivisa. Si tratta di un termine creato per indicare tutte quelle iniziative di carattere economico che si basano sull’uso condiviso di un bene o servizio, sia esso un’automobile, un’abitazione per le vacanze, il servizio di dog o baby sitter.

L’economia condivisa, per certi versi, è sempre esistita ma ha conquistato l’interesse dei mezzi di comunicazione e di coloro che si occupano di politiche economiche e sociali solo in questi ultimi anni dove queste forme di cooperazione hanno assunto una forma più strutturata, talvolta giungendo a trasformarsi in vere e proprie imprese economiche.

Questo passaggio è giunto in corrispondenza della crisi economica quando cittadini ma anche imprenditori hanno deciso di formulare in questo modo una risposta alla necessità di ridurre i costi senza privarsi, però, dei servizi. Si tratta di servizi basati sul riutilizzo dei beni e sull’accesso ad un bene e/o servizio piuttosto che sulla sua proprietà, all’utilizzo condiviso e non a quello privato – esclusivo e rivale -  e alla cessione di beni proprio per l’utilizzo da parte di una molteplicità di individui. Emergono, così, fenomeni che possiamo definire di “sharing” che si basano sulla condivisione di beni, servizi, informazioni, dati, spazi, tempo o competenze, di “bartering” che assume l’aspetto del più tradizionale baratto tra privati ma anche tra aziende. Sono esempi di economia condivisa anche i diversi sistemi di crowdfunding e crowsourcing. Infine, vi è il “making” cioè l’autoproduzione e la fabbricazione digitale (fablab).

Rispetto alle forme tradizionali di condivisione e di scambio, la nuove economia collaborativa è caratterizzata per un uso massiccio delle nuove tecnologie che permettono in maniera veloce e poco costosa di mettere in piedi e di connettere gruppi ampi e di persone anche distanti tra loro. Una ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore presentata nel 2013 ha individuato circa 160 piattaforme di scambio e condivisione, circa 40 esperienze di autoproduzione, circa 60 di crowding (di cui 27 attive e 14 in fase di lancio), con un valore che è quasi triplicato dal 2011 al 2013.

La ricerca del 2013 Duepuntozero Doxa dice che solo il 13% degli italiani ha utilizzato servizi e beni che possono essere ricondotti all’economia condivisa, il 10% si dichiara interessato ed il 59% indica di aver sentito parlare del fenomeno. Numeri nettamente inferiori al 52% di utilizzatori degli Stati Uniti e al 64% dell’Inghilterra. La ricerca Doxa mette in evidenza come i servizi più utilizzati siano legati alla mobilità, all’alloggio condiviso, allo scambio ed al baratto.

Tuttavia, la definizione di sharing economy non è condivisa da tutti. Da più parti si mette in evidenza come sistemi che vedono un operatore esterno che offre a pagamento un servizio che ha alla base la condivisione e, comunque, tutte quelle situazioni in cui si paga un corrispettivo invece di offrire in cambio una prestazione equivalente non possano essere considerate a pieno titolo esempi di economia condivisa. È l’esempio del car sharing o anche di sistemi di swapping (scambio) che non avvengono tra utenti che si scambiano a vicenda mezzi, abitazioni e altro, bensì tramite un operatore che mette assieme domanda ed offerta dove l’offerta può anche essere condivisa e chi utilizza il bene o servizio lo fa tramite il pagamento di un corrispettivo.

In diversi casi, ciò che porta opposizione è il fatto che i sistemi di condivisione, sfruttando costi iniziali e di produzione inferiori, fanno un’elevata concorrenza ad attività economiche tradizionali.

Sebbene, in Italia, spesso si richiami l’esigenza di normare questi utilizzi, non è tornando indietro che si trova la ricomposizione del conflitto quanto aprendo le forme economiche più tradizionali ai nuovi sistemi adoperati dalla sharing economy.

 

di Vania Statzu
Promozione e Indagini Sociali [online] n.07 - Luglio 2014
ISSN: 2281-6720
 

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