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Rivista Proeis numero 1

 

 

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Microcredito e microfinanza: presentazione di una ricerca

Nell'ultimo decennio il microcredito ha riscosso un’attenzione crescente sia da parte dei governi degli Stati, sia dalle Organizzazioni Internazionali, in virtù delle viepiù manifeste potenzialità di incisione nelle manovre di riduzione della povertà di milioni di persone nel mondo.

Il 2005 è stato ufficialmente proclamato dalle Nazioni Unite l’“Anno Internazionale del microcredito”; il fenomeno si è ulteriormente sviluppato nel corso del lustro appena trascorso – caratterizzato dalle note, trasversali crisi finanziarie – e particolare importanza e rilievo assumono le enfatiche raccomandazioni delle fondazioni donatrici di aiuti internazionali, le quali sostengono a voce corale l’occorrenza di superare definitivamente gli schemi di elargizione a titolo gratuito ed orientare il mercato verso l'approccio del microfinanziamento, con obiettivo di forgiare istituzioni finanziarie vocate all’auto-sostenibilità ed in grado di risollevare la popolazione dall'esclusione sociale.

Nel 2006 il Premio Nobel per la Pace è stato attribuito a Mohammed Yunus, professore di Economia ed ideatore del microcredito in Bangladesh alla fine degli anni ’70 del secolo scorso.

In ambito macroeconomico si è insistentemente cercato di arginare la questione delle disparità socio-economiche, sulle cui origini può essere chiarificatore il contributo dell’economista Arghieri Emmanuel (Lo Scambio Ineguale), attraverso forme di facilitazioni che i Paesi più ricchi hanno destinato a quelli arretrati o in via di sviluppo: ciò non ha tuttavia generato l’auspicato processo di riduzione della povertà generalizzata, neppure nei casi in cui il reddito pro-capite medio abbia registrato una, ancorché tenue, vocazione incrementale. L’assenza di risorse monetarie è evidentemente il primo ostacolo allo sviluppo imprenditoriale. I poveri sono tali perché, partendo svantaggiati nelle inesorabili logiche di mercato, quasi ad avallare lo zenonico paradosso di “Achille e la tartaruga”, non riescono più a colmare il gap congenito sopra definito; al contrario subiscono un’esclusione dal telaio finanziario che genera effetti moltiplicativi sulle differenze in parola: il problema, dunque, sembra essere di strutture e non di persone.

Il citato professor Yunus, mediante Grameen Bank, eroga piccoli finanziamenti ai più poveri tra i poveri: negli ultimi 30 anni la sua idea ha sopperito alle discontinuità dei territori economicamente ultimi, più o meno a percepibile effetto sistemico, ma a sicura sensibilità in termini di efficacia puntuale rispetto ai trasferimenti dai paesi stranieri o dalle istituzioni internazionali sotto forma di aiuti. Oltre un decimo della popolazione bengalese ha potuto acquisire gli strumenti di autosufficienza per affrancarsi dalla miseria. Attualmente, con quasi 1.100 filiali, 12.500 dipendenti, un’area di intervento che abbraccia quasi 40 mila villaggi e più di 2 milioni di clienti (al 94% donne) – peraltro i beneficiari medesimi detengono il 90% delle quote azionarie – è considerata la quarta banca del Bangladesh. Un altro dato sorprendente è acquisibile osservando le percentuali di insolvenza dei clienti di Grameen Bank, che attestano parametri inferiori ai 2 punti su 100 nonostante il grave livello di indigenza dei medesimi: le logiche di recupero sono infatti ‘ristrutturative’ e non ingiuntive. La stessa soglia di povertà sopraccennata viene dichiarata superata dal 54% dei prenditori in un quinquennio; dopo 10 anni si lambisce la totalità del campione.

Il modello Grameen ha dunque realizzato importanti conquiste sul piano imprenditoriale, oltre ad indicare un metodo – a livello mondiale – per la lotta alla povertà ed all’emarginazione economico-finanziaria: gli assunti teorici e procedurali sono stati infatti recepiti da diverse Organizzazioni Non Governative (ONG) internazionali, nonché da grandi istituzioni operanti sul piano mondiale (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Nazioni Unite), attraverso progetti di microcredito finalizzati all’integrazione dei programmi d’intervento al supporto delle economie locali dei paesi sottosviluppati e in via di sviluppo.

Nei paesi maggiormente industrializzati l’introduzione del microcredito ha registrato qualche ritardo: L’Associazione per i diritti d’Iniziativa Economica (ADIE) ha favorito il trasferimento delle esperienze succitate in Europa a cavallo tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso, quasi in contemporanea si è assistito all’implemento delle stesse a Chicago attraverso la Southshore Bank. Rilevante anche menzionare l'esperienza di Accion International quale realtà mondiale della microfinanza, che eroga microprestiti in diverse parti del mondo, ancorché attraverso veicoli istituzionali spesso formalmente eterogenei.

Da un’analisi più approfondita ci si accorge tuttavia con facilità delle deviazioni strategiche rispetto al modello classico riferito: i finanziamenti Grameen sono dichiarati rivolti ai più poveri tra i poveri; i funzionari scelgono i potenziali beneficiari tra coloro che non possiedono fattori produttivi altri rispetto al loro lavoro, ovvero ne possiedono pochi al punto da non riuscire a sostenersi. Accion, viceversa, mira alla sostenibilità operativa, applicando, seppur sintetiche e semplificate, procedure istruttorie di mitigazione del rischio: ciò si traduce in una setacciatura degli impieghi – sempre destinati ai soggetti marginali – declinati evidentemente sulle idee reputate più performanti ovvero verso coloro che possiedono un background socio culturale più elevato.

In letteratura non è infrequente riscontrare tentativi metodologici di convergenza tra i suddetti approcci: tuttavia sembra fisiologica la bipartizione sostenibilità/profondità e le conclusioni più illuminate si risolvono in indirizzi mediani, ma comunque statici; ciò che nel lavoro presentando si è voluta – tra l’altro – studiare e sperimentare a tale riguardo è appunto la veridicità di un’ipotesi di programma modulare, inserito in apposito contesto giuridico, onde giungere a una soluzione integrale del dibattito, con produzione di redditi sufficienti a garantire accompagnamento finanziario senza perentorie barriere in avvio, oltre che utilizzabili a reintegrazioni rotative sistematiche e auto generanti.

Definendo il contesto di applicazione del fenomeno del microcredito, si può comunque affermare senza approssimazione alcuna che lo stesso si colloca in un ambiente finanziario attento alle occorrenze dell’uomo, con orientamento non già necessariamente al profitto o al giovamento individuale in termini esclusivamente numerari, ma in termini di utilità e benessere umano e sociale. In un luogo economico sempre più inquinato da contratture e criticità, si reputa interessante quanto importante un esempio di coniugazione tra l’efficienza economico-imprenditoriale e il contrasto alla povertà. Tra liberismo e welfare, la microfinanza in generale ed il microcredito in particolare assurgono a ruolo determinante nel conciliare profitto e crescita sociale.

Il concetto stesso viene percepito come icastica architrave che meglio esprime l’immagine di un “umanesimo finanziario” multivariato e sovramorale, nel quale il luogo economico non è combattuto o controllato, bensì inteso come momento importante del pubblico agire ed evidentemente aperto ai principi di reciprocità quale volano di sviluppo, con una sfumatura di significato che si potrebbe riassumere nell’elevazione del principio solidarietà da una mera forma di assistenzialismo ad una leva di crescita socio-imprenditoriale a funzione moltilicativa. Mentre la solidarietà è invero il principio di allestimento sociale che consente ai (reputati) diseguali di assurgere – ingannevolmente – ad eguali, l’idea del microcredito è l’ambizione organizzativa (di un sistema economico) che sembra ritenere tutti gli uomini e le donne possessori di medesima dignità e diritti fondamentali, nonché pari potenzialità di emancipazione ed autorealizzazione personale. Come più volte chiosato sul tema, ma anche con inclinazioni dialettiche più ampie, dal professor Stefano Zamagni, una buona società non dovrebbe accontentarsi dell’orizzonte della solidarietà poiché rischierebbe di ridursi, per un verso, a tentare di migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l’altro verso, ad aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica: laddove persistono questi scenari, nonostante la qualità delle forze intellettuali impegnate, non si addiviene evidentemente ad una soluzione credibile del grande trade-off tra efficienza ed equità. Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, rappresentano sentieri sicuri per superare le secche in cui gli insediamenti umani organizzati sono oggi impantanati. Assieme alla democrazia, la reciprocità è valore fondativo di una società. Si potrebbe perfino sostenere che è dalla reciprocità che la regola democratica trae il suo senso ultimo: il progresso civile ed economico di un paese dipende basicamente da quanto diffuse tra i suoi cittadini siano le pratiche di reciprocità e sia ivi presente il mutuo riconoscimento di una comune identità di appartenenza. Gli impianti antropici che estirpano dal proprio terreno le radici dell’albero di una mutualità così definita sono destinate al declino, come la storia da tempo ci ha insegnato.      

A livello di singolo investitore o risparmiatore, vi è altresì come una percezione diffusa che la finanza sia, quasi ineluttabilmente, un settore impermeabile, se non ontologicamente opposto, all’idea stessa di etica e che tale realtà sia immutabile. A un grado più strutturato, però, quale quello delle organizzazioni non governative, vi è stata ultimamente una presa di coscienza decisa, alla quale è seguita una concretizzazione efficace del bisogno di far rientrare nei confini dell’etica il campo finanziario. Questa rivoluzione del pensiero, oltre a essere apprezzabile di per sé, in potenza avrebbe due importantissimi effetti: farebbe da paradigma a tutte le imprese, le quali sarebbero incoraggiate a seguire la strada virtuosa intrapresa dai propri finanziatori (in base al c.d. “effetto dimostrazione”), ma, soprattutto, renderebbe reale ciò che precedentemente appariva quasi un’utopia: l’utilizzazione dei flussi di risparmi in impieghi finalizzati alla crescita sociale, nel pieno rispetto ideologico e  procedurale dell’approccio etico. 

 

L’ambiente di studio: l’Italia

Auspicio della presente ricerca è altresì offrire una necessaria conciliazione tra le analisi teoriche economiche, giuridiche e socio-politologiche proposte con le concernenti derivazioni maggiormente pragmatiche e segnatamente riconducibili ed incanalabili – ancorché in congiunzione alle stesse fondazioni concettuali a cui sono inscindibilmente legate – ai programmi ed alle esigenze di una finanza più etica, di una condivisa lotta alla povertà ed in generale di un progressivo appianamento della disuguaglianza sociale e dei livelli di marginalità umana.

Nello specifico, si è appunto operata la scelta di procedere – successivamente alla riferita propedeutica disamina comparata, tassonomica ed avente ampiezza definitoria su scala mondiale – nel declinare in chiave critica l'occorrente cornice macroeconomica, sistemica e normativa, preparatoria ad una più specializzata e significativa osservazione, misurazione ed esaminazione del fenomeno microcredito in Italia, dell'efficacia reticolare e relazionale del comparto microfinanziario complessivo, ovvero delle minacce, caducità e discontinuità dell'attuale “via italiana” per l'implementazione dello strumento in parola.

In Italia i programmi di microcredito, nonostante l’alto tasso di esclusione finanziaria calcolato dalla Banca Mondiale (25% circa), non hanno allo stato attuale raggiunto i desiderati e opportuni spazi di applicazione, quantomeno in forma aggregata e uniforme, consona alle occorrenze socio-finanziarie e conforme alle articolazioni normative in materia. In realtà – come si vedrà nel volume – si è invero assistito ad uno sviluppo quantitativo, segnatamente nel secondo quinquennio del nuovo millennio, dei progetti microfinanziari implementati, sia in riferimento ai numeri dell'offerta che in relazione ai soggetti raggiunti: non si può però non sottolineare con preoccupazione il permanere dell'incapacità dell'industria italiana del microcredito di attivare connessioni congruenti con le esigenze sistemiche espresse a vari livelli territoriali. Le organizzazioni di microcredito e di microfinanza presenti in Italia non sono infatti ancora riuscite ad assurgere ad un ruolo identitario proprio e soffrono delle lacune proprie della regolamentazione specifica: se è vero infatti che il recente articolo 111 del nuovo Testo Unico Bancario (Dlgs 141/2010) ha finalmente impostato un tratto univocamente orientato al tema in oggetto, esso patisce anche la fragile – finanche assente – connessione con assetti normativi altri a forte incidenza trasversale sulla materia. Provvedendo a neutralizzare il proposto approfondimento rispetto ai desiderata, e lavorando in propedeusi ad una presentazione statisticamente più puntuale sulla strutturazione e sull’operatività concreta del comparto in oggetto su scala italiana, è parso opportuno riferire del dettaglio sugli ingranaggi, modelli e procedimenti che caratterizzano il microcredito in Italia.

In primis si vedrà fornita un’ulteriore declinazione tassonomica, “pluralizzando” il tema ed andando a parlare più precisamente di ‘microcrediti’: se è ormai consolidata la differenziazione più macroscopica tra microcredito d'impresa e microcredito sociale, è d’uopo riferire che nelle valutazioni empiriche ci si scontra con almeno tre ulteriori tipizzazioni di microcredito – sebbene annoverabili figurativamente in una formazione geometrica a degradazione di sottoinsiemi – dettagliate sulla base del livello di integrazione sociale dei candidati prenditori, e che possono evidentemente riguardare interventi concernenti entrambe le macrotipologie classiche menzionate. Ancorché prescindente dal grado di povertà dei mutuatari, tale classificazione incide sensibilmente sul livello di rischio del prodotto creditizio erogando, e segnala la necessità di attuare opportune progressioni sui presidii formativi e professionali degli operatori: le sconnessioni infrastrutturali ed ecologiche della filiera tutta e l'assenza di economie di scala a livello settoriale risalta quale criticità già a questi primi livelli di riflessione. La ripartizione in parola contempla l'attività microcreditizia maggiormente prossimale, l’orientamento intermedio verso fasce svantaggiate ma non già marginali e gli interventi straordinari verso sopravvenienze non pianificate.

 Si parlerà quindi rispettivamente di microcredito di inserimento, di discriminazione e di emergenza.

Accennando ulteriormente il contesto su cui ci si confronta, è sembrato sicuramente importante muovere dal ribadire la significatività dell'indigenza relativa in Italia, tendenzialmente più marcata che in gran parte del resto dell'Unione Europea.

Se si escludono infatti le regioni orientali – le ultime ad essere annesse – le analisi comparate sono evidentemente sconfortanti: quasi un quarto della popolazione italiana, infatti, dichiara redditi a stento sufficienti, se non già profondamente inadeguati, rispetto ai livelli consoni a garantire loro un'esistenza dignitosa; peraltro i parossismi del fenomeno sono collegabili all'elevato ed inaccettabile saggio di disoccupazione giovanile.


Graf.1 Famiglie in condizione di deprivazione per ripartizione geografica (per 100 famiglie residenti)

Fonte: Istat (2012)


Per quel che concerne il supporto allo sviluppo offerto dal sistema bancario convenzionale, va altresì specificato con enfasi come il telaio finanziario e creditizio in Italia sia particolarmente condizionato da un’eccessiva subordinazione alla vigilanza prudenziale, nonché dall’orientamento – da subito manifestamente meticoloso – ad una compliance spesso estenuante verso i dettami operativi maturati nell’ambito dei comitati del settore.

Non si vuole evidentemente disconoscere la positività di un buon modello di regolamentazione e della relativa capacità di indurre vantaggi a tutto il sistema, così come si è assolutamente convinti della necessità che le banche operino su basi ferme e sicure a tutela del risparmio raccolto e a garanzia della continuità negoziale; quello che si è voluto accentare è lo specifico disaccordo sui metodi prevalentemente quantitativi e matematici per la valutazione degli impieghi, che evidentemente enfatizzano l'esclusione dai circuiti convenzionali di coloro che non possono dimostrare il rispetto di standard parametrici, andamentali e prospettici, ovvero non riescono a colmare collateralmente le probabilità di perdita eccepite in sede di istruttoria. È evidente che tali fattori probabilistici sono evidentemente svantaggiosi al candidato neoimprenditore che si rivolgesse in banca a chiedere un microprestito.

È parso altresì opportuno trattenersi sui dati strutturali generali di domanda, offerta e decadimento del mercato del credito tradizionale italiano. Osservando i dati empirici reperiti nei periodici bollettini di Banca d'Italia è palese il contraccolpo difensivo attuato nell’ultimo lustro dagli intermediari finanziari commerciali: tuttavia è stato altresì necessario dedicare alcune considerazioni sugli effetti – imprevisti e spiralici – che tale comportamento ha avuto nel sistema di riferimento.

Giusto per riportarne traccia dei principali anche in questa sede – onde meglio illustrare i basamenti che hanno stimolato l’analisi presentanda – dapprima, si è notato come abbia assunto ansietà crescenti il cosiddetto ‘funding gap’ strutturale del sistema bancario italiano, ossia l'eccedenza degli impieghi rispetto alla provvista riveniente dalla clientela non istituzionale, che secondo i dati della stessa Banca d'Italia aggiornati a fine 2012 si assesta in maniera sostanzialmente consolidata intorno ai 200 miliardi di euro: poiché la congiuntura critica ha fortemente contratto l'afflusso di risparmio estero (sudden stop) come pure si è ridotta significativamente la rilevanza delle reciproche compensazioni interbancarie, è apparso veemente il pericolo di sopraggiunta insolvibilità delle banche nonché tutta la labilità del sistema e, quindi, improcrastinabile l'implementazione di nuove fonti di finanziamento, esterne ed estranee dalla specifica attività caratteristica.

L'intervento della Banca centrale europea (BCE) ha dunque operato in tale direzione, sia attraverso le note operazioni di dotazione di lungo periodo (LTRO), che mediante quelle di rifinanziamento principale (MRO) su base settimanale o bimestrale (sottoscrizioni cosiddette ‘overnight’).

 

Graf.2 Dinamica degli inflows in Italia 

Fonte: Banca d’Italia (Settembre 2012)


Graf.3 Confronto trend depositi overnight - prestiti 

Fonte:www.finanzaonline.com (Dicembre 2012)


E però osservabile dalla figura appena sopra che tali provviste dislocate dalla BCE non siano state dagli istituti trasferite agli operatori del territorio: proprio per via dello stato di apprensione sulla solidità degli intermediari finanziari medesimi, esse sono state prevalentemente utilizzate convogliandole su operazioni speculative mirate, segnatamente rivolte all’acquisizione di titoli del Tesoro presso gli Stati sovrani

Dai riscontri obiettivi si è ancora rilevato che la contrazione sulle dazioni dei finanziamenti compiuta dalle banche ha inoltre recato degli esiti altri destabilizzanti ed autoalimentantisi: oltre dunque a ribadire la percepita incorrettezza di un sistema istruttorio e valutativo latore di barriere all'entrata e differenziazioni di prezzo sulla base di un merito soggettivamente determinato, è sembrato necessario offrire una panoramica degli stessi effetti succitati onde dimostrare quanto, allo stato attuale, siano maggiormente necessari dei programmi e degli strumenti erogativi per supportare una geografia del bisogno di credito che presenta una densità e una specificità di risvolti ingravescenti ed aventi implosivi.

Infatti dai dati esposti si è rilevato che i prestiti deteriorati – ossia scaduti impagati, indifferenti a tentativi di rientro in bonis e pertanto annoverati presso la Centrale dei Rischi di Banca d'Italia con lo status di ‘sofferenze’ – seguono un andamento incrementare in valore assoluto, che assume un'enfasi esponenziale se correlato con un numeratore che a sua volta tende a ridursi (il totale degli impieghi); se poi si raffronta – a doppia comparazione – il medesimo irrigidimento sulle concessioni con i dati Istat (2012) circa la progressiva crescita del rapporto aggregato tra il debito finanziario e il reddito disponibile in capo alle famiglie consumatrici, che passa da circa il 35% registrato alla fine del 2005 ed arriva a lambire il 45% in epoca attuale, si comprende quanto sia stato e resti opportuno procedere nel trarre alcune ulteriori ed essenziali analisi di contesto.

 

Ipotesi e cenni sullo sviluppo

Quanto appena riferito ha rappresentato alcuni dei punti all’origine dell’interesse verso lo studio e l’approfondimento di strumenti microcreditizi e microfinanziari nella loro più ampia accezione: il contributo che viene qui presentato ha mosso nel tentativo di conciliare bisogni di riflessione etico-epistemologica, ambizioni metodologiche censuarie e di catalogazione e desiderio di fornire elementi analitici poliedrici, olistici ed interdisciplinari capaci di legarsi sistemicamente a fini definitori, ordinatori ed esplicativi, sovradimensionali e di più ampia portata.

Il testo si avvia dunque da una necessaria e propedeutica disamina del fenomeno – che si è voluta trarre da un’accurata e ci si augura innovativa sistematizzazione delle osservazioni empiriche –, procedendo poi verso le auspicabili (e per certi versi inevitabili) evoluzioni e prospettive, non prescindenti da un impianto concettuale macroeconomico funzionale al superamento dei modelli attuali (e prevalentemente capitalisti e neoliberisti) nonché da una rinnovata esegesi delle proposizioni giuridiche in materia di diritti umani.

Il raccordo conclusivo è elaborato su scala italiana, dove non si sono trascurate valutazioni più puntuali e di contesto sui risultati raggiunti e sui fallimenti che si sono finora manifestati, anche orientandosi verso le tradizioni cooperative – e, in generale, le imprese sociali – quale possibile scatola di propulsione. Ciò che si è voluto precipuamente difendere è tuttavia ed evidentemente l’applicazione della teoria economica quantica quale ambiente ideale (anche) per lo sviluppo del microcredito e della microfinanza italiana, supportata da un’ipotesi di concreta eseguibilità del diritto di accesso ad un (micro)prestito “originario” e dall’individuazione del migliore veicolo istituzionale, peraltro comunque reinterpretato operando una sintesi degli esempi che verranno da essere esaminati e proponendo una soluzione nuova alla condotta oggi perentoriamente dicotomica tra sostenibilità e profondità d’intervento.

L’idea basale è consistita dunque nel generare un progetto produttivo di un’adeguata compenetrazione d’intervento – sia qualitativa che quantitativa – nel contempo non avulso da strategie di autosufficienza quantomeno operativa: nella pratica il programma dovrebbe soddisfare una sostanziale sostenibilità economica propria pur non prescindendo da una sensibilizzazione esecutiva verso le marginalità più estreme, con tassi d’interesse adeguati a proattivare e preservare entrambi gli obiettivi.

Mediante l’applicazione delle citate concezioni teoriche di macroeconomia quantica e le conseguenti innovative emanazioni scientifiche in materia di moneta, produzione e reddito, si arriva a dimostrare in maniera logica che il finanziamento di qualunque attività produttiva proviene dall’attività produttiva stessa, ossia che l’origine del credito di cui beneficiano le (micro)imprese non è la banca, ma la stessa produzione, e che i rischi connessi all’attività d’intermediazione creditizia non sono – come erroneamente reputato e sovrastrutturato convenzionalmente – funzionali alla condizione di più o meno grave indigenza iniziale del candidato imprenditore; né la preoccupazione del manifestarsi di discontinuità nella solvibilità non possa trovare giusto conforto a partire dall’occorrente riordino dei sistemi di contabilità nazionale, nonché nella necessaria rinnovata adeguatezza delle infrastrutture pubbliche (e organizzazioni munite di formali attribuzioni) a sostenere coerentemente quanto sancito e condiviso a livello internazionale – e declinato costituzionalmente – in materia di tutela della vita e della dignità delle persone.

Sembra infatti una considerazione quasi tautologica l’affermare l’esistenza concreta di una forte relazione tra la piena realizzazione dei diritti fondamentali – come sanciti dalla Dichiarazione Universale promossa dalle Nazioni Unite e sottoscritta a Parigi  nel 1948 – con l’accedere ad un livello, ancorché minimo, di disponibilità economica: in mancanza di tale sorta di “tutela originale”, ancor oggi quei diritti primari menzionati – solennemente affermati nell’auspicio di rivendicare la preminenza della dignità dell'Uomo di fronte alle ricorrenti forti distonie e distopie socio-demo-antropologiche – continuerebbero inesorabilmente a restare, quantomeno parzialmente, irrealizzati; è stata quindi perorata e dimostrata l’idea sull’occorrenza di un’inclusione fondamentale al credito quale diritto umano basilare, affinché, mediante l’effettivo esercizio, venga altresì sostenuta l'affermazione di ogni altro diritto fondamentale.

L’ultima parte è giunzione di confluenza tra quanto sviluppato nelle sezioni precedenti del lavoro con una costruzione operativa reputata particolarmente in linea con la storia e le tradizioni del credito e della reciprocità in Italia: quello che si propone è un tentativo di superamento degli assetti più statici in tema di microcredito attraverso un’evoluzione dello stesso in chiave definitoria più marcatamente ridistribuiva, reale e relazionale, altresì maggiormente orientata ad auspici di elevazione sociale miranti alla costruzione di un’economia del bene comune; l’impianto tetico è altresì strutturato mediante l’implementazione del modello, come detto in premessa, nel sistema del credito cooperativo. 

 

Per saperne di più:
M. Desogus, Microfinanza e microcredito: definizioni ed analisi di sviluppo in ambiente teorico quantico della produzione – Distribuzione Feltrinelli.

 

di Marco Desogus
Promozione e Indagini Sociali [online] n.07 - Luglio 2014
ISSN: 2281-6720
 

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